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Fare, Fare bene e Fare presto!

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28 Novembre 2022

Editoriale del Segretario Generale Salvatore Pellecchia su La Voce dei Trasporti N. 10/2022

Il 22 ottobre 2022 si è insediato il Governo Meloni, il sessantottesimo esecutivo della Repubblica Italiana, al quale vanno, da parte nostra, gli auguri di buon lavoro con l’auspicio che prosegua e si rafforzi la collaborazione fattiva tra Istituzioni e parti sociali.

In un contesto particolarmente avverso come quello che stiamo attraversando è necessaria un’azione maggiormente incisiva ed efficace di coesione che rilanci e valorizzi, nel caso dei trasporti, l’intero sistema delle infrastrutture, della mobilità e dei servizi ambientali del nostro Paese e, conseguentemente, il complesso e articolato indotto.

Il nuovo Governo, oltre a introdurre una serie di azioni per tamponare le emergenze che stanno frenando la nostra economia e stanno mettendo in seria difficoltà aziende e famiglie, e cioè il vertiginoso incremento del prezzo del gas, dell’energia elettrica, dei carburanti, deve affrontare, prioritariamente, anche le crisi che interessano il trasporto pubblico locale ed il trasporto aereo. Nel primo caso perché il combinato disposto tra il venir meno dei cosiddetti “ristori” e l’incremento dei costi di energia e carburanti rischia di paralizzare una serie di aziende che hanno problemi di liquidità; nel secondo perché Ita, il vettore aereo di riferimento nazionale, in assenza delle necessarie sinergie industriali e degli aumenti di capitale programmati, rischia di entrare in una fase di pericoloso stallo.
Sulle altre modalità di trasporto (marittimo, portualità, ferroviario, logistica) e sui servizi ambientali, il confronto sistematico iniziato con i precedenti governi, anche alla luce delle previsioni del Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza) va riattivato. Non c’è più tempo.

Bisogna fare, fare bene e fare presto!

È necessario recuperare rapidamente i gap infrastrutturali del Paese che si sono accumulati negli anni, rispettando le priorità di intervento stabilite dal Pnrr e dai vari programmi di investimento per adeguare le opere esistenti ma ormai vetuste – limitando i disagi alla mobilità di merci e persone – e per costruire le nuove opere.

C’è poi un tema di “regole”, su cui bisogna lavorare, rafforzando il valore e la tenuta delle relazioni sindacali ad ogni livello, regole comuni che permettano di assicurare livelli salariali adeguati e omogenei per la filiera di riferimento e che garantiscano occupazione di qualità, sicurezza sul lavoro e rafforzino il “Sistema Italia”.

Nella nuova compagine governativa è previsto anche il Ministero delle politiche del mare e sud. Non è ancora dato sapere quali saranno le sue attribuzioni. Bisognerà capire se opererà sulla falsa riga della esperienza francese, con funzioni di coordinamento e programmazione interministeriale, oppure se si occuperà anche di logistica portuale e tutela dell’economia nazionale collegata alle attività marittime. Lo scopriremo.

Da tempo chiediamo un forte rilancio dell’economia del mare – lo abbiamo ribadito da ultimo nel mese di luglio 2022 con il nostro “II Quaderno digitale” – e, se lo si riuscisse a fare con un livello istituzionale in grado di fare rapidamente sintesi, tanto meglio. C’è poi il tema del rilancio del Sud del Paese che da tempo attende provvedimenti coerenti. Sappiamo quanto lo sviluppo del meridione e delle Isole sia strategico per la nostra nazione, ma, per poter esprimere una valutazione compiuta, restiamo in attesa di conoscere le specifiche competenze che saranno assegnate attraverso i relativi decreti ai nuovi Ministeri. Siamo consapevoli però, che generare ulteriori sovrapposizioni di attribuzioni e discrasie fra nuovi e preesistenti dicasteri, sarebbe una iattura da evitare ad ogni costo.

L’Italia è purtroppo il Paese che sconta in Europa la maggiore crescita dei prezzi al consumo, questo a causa del deficit energetico causato da anni di politiche industriali discutibili.

Con una inflazione ormai quasi al 12% su base annua – la più alta da quaranta anni- la capacità di quadrare il bilancio delle famiglie italiane sta crollando proprio a causa della fiammata dei prezzi e della stagnazione dei salari. Ma non è tutto: a breve la recessione potrebbe essere un altro incubo con cui confrontarsi ed è indispensabile che tale confronto avvenga utilizzando tutti gli strumenti e le competenze necessarie per superare un periodo poco favorevole per la nostra economia e che, presumibilmente, non sarà breve.

Confidiamo quindi che il nuovo Governo, utilizzando un approccio sistemico, agisca, insieme con gli altri Paesi europei, sulle cause e non sugli effetti delle emergenze in atto.

L’importanza della formazione

In questo tornante della storia moderna una delle poche certezze è che per sopravvivere bisognerà agire come comunità, adattarsi ai nuovi scenari ed evolvere: la formazione sarà dunque un solido punto su cui fare leva.

Attraverso la programmazione di una offerta formativa adeguata, che abbia contezza delle complessità dei vari settori produttivi e che sia in grado di migliorare le competenze e le possibilità di impiego delle persone in età da lavoro, si può immaginare di limitare i danni. La formazione sarà fondamentale non solo per chi cerca lavoro ma anche per chi il lavoro lo ha già. Infatti, in un recente studio (State of the Global Workplace: 2022 Report) è emerso che solo una quantità residuale di lavoratori è soddisfatto del suo impiego, il 4%, ma questo valore balza al 35% per quei lavoratori che, grazie a corsi di formazione interna, hanno acquisito nuove e meglio gratificate competenze.

La formazione però non può essere somministrata a prescindere; vanno analizzati i fabbisogni formativi e le reali esigenze delle aziende, vanno verificati i bisogni delle lavoratrici e dei lavoratori per consentire il benessere della persona ed i suoi effetti verificati nel tempo considerando anche il prepotente ruolo ormai trasversale dello smart working.

Troppi giovani non hanno ancora un lavor

È amaro ricordare che nel nostro Paese, secondo i dati Istat 2021, il numero di NEET “not engaged in education, employment or training”, ovvero giovani tra i 15 ed i 34 anni che non lavorano, non studiano e non effettuano formazione, sono oltre 2,2 milioni; un fenomeno inquietante che insiste sul 45,4% dei giovani residenti nel Mezzogiorno mentre il dato del Nord Italia è del 21,4%, con un forte peggioramento rispetto al 2020, visto che ulteriori 97 mila giovani hanno deciso di rinunciare e non stiamo parlando di situazioni patologiche quale gli “hikikomori” (termine giapponese di stare in disparte) che vivendo il disagio del non riuscire a stare con gli altri si rinchiudono nella propria stanza, rifiutando ogni contatto diretto con il mondo esterno. No, i NEET nostrani sono il frutto della mancanza di orientamento al lavoro nel periodo tra la fine degli studi e l’inserimento nel mondo del lavoro. Questo condanna l’Italia a posizionarsi nell’area euro dove il fenomeno è più grave e nell’Europa continentale siamo al terzultimo posto. Dietro di noi Montenegro e Macedonia. A questo scenario, si aggiunge il low-skill equilibrium in cui è intrappolata l’Italia, ovvero un basso livello di competenze generalizzato che finisce per autoalimentare una situazione in cui la scarsa offerta di professionalità si accompagna ad un’altrettanta flebile domanda di personale qualificato da parte delle imprese. Ricordiamo che il nostro Paese è penultimo, nell’Unione Europea, per numero di laureati e questo genera ristagno economico, bassa crescita ed intere aree soffrono di questo circolo vizioso.

Solo con le competenze e con la cultura possiamo mobilitare una creatività differenziata delle persone in grado di evolvere e sostenere anche una revisione delle professionalità e dell’organizzazione del lavoro, colmando eventuali gap con un’alleanza per le competenze tra parti sociali e fondi interprofessionali, introducendo magari un opportuno percorso di formazione attraverso corsi professionali o stage aziendali per le persone in cerca di lavoro, in modo da incrociare in modo efficace la domanda con la reale offerta di lavoro presente nel nostro territorio ed evitare che restino deserte decine di migliaia di posizioni professionali.

Basta incidenti sul lavoro

Secondo i dati dell’OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro), l’Agenzia specializzata delle Nazioni Unite sui temi del lavoro e della politica sociale, «si stima che ogni giorno 6.300 persone muoiono a causa di incidenti sul lavoro o malattie professionali — causando più di 2,3 milioni di morti all’anno. Gli incidenti che si verificano annualmente sul posto di lavoro sono 317 milioni, molti dei quali provocano assenze prolungate dal lavoro per le opprtune cure. Il costo umano di queste tragedie quotidiane è enorme e l’onere economico causato dalle scarse pratiche di messa in sicurezza dei luoghi di lavoro è stimato essere ogni anno nel 4 per cento del prodotto interno lordo mondiale». In Italia, nei primi 8 mesi del 2022 i morti sul lavoro sono stati 677, quasi tre vittime al giorno con un calo del 12,3% rispetto al medesimo periodo dello scorso anno ma con un contestuale incremento del 38,7% degli infortuni denunciati. Sono numeri inaccettabili che rappresentano una vera vergogna nazionale.
A monte della manifestazione unitaria dello scorso 22 ottobre, il nostro Segretario Generale Luigi Sbarra ha avuto a dichiarare che il lavoro «non può coincidere con le morti nei cantieri o sui campi o nelle fabbriche, non può essere fonte di malattie o infortuni. Dobbiamo fermare questa lunga scia di sangue, una strage silenziosa che non può diventare un dato statistico, rassegnazione. Dobbiamo alzare il nostro impegno e protagonismo».

Prevenire significa agire per eliminare o limitare i rischi e nel nostro Paese non mancano esempi virtuosi sul tema della sicurezza. L’accordo che abbiamo sottoscritto con Inail e Autostrade per l’Italia e con Inail e Aeroporti di Roma, vanno certamente nella giusta direzione ma tali accordi non possono rimanere un’eccezione, vanno estesi a tutte le realtà dei trasporti e dell’igiene ambientale.

Continuerà a essere questo l’impegno prioritario della Fit-Cisl per conseguire l’obiettivo “zero infortuni sul lavoro”.

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