9 Aprile 2026
Trasporti, lavoro e infrastrutture: la competitività del Paese passa da qui. Ed è ora di scegliere.
La competitività di un Paese si misura anche dalla qualità del suo sistema dei trasporti. Laddove merci e persone si muovono in modo efficiente, l’economia cresce. Dove invece la mobilità rallenta, rallenta anche lo sviluppo.
Come ricordiamo spesso nei nostri convegni dedicati alla mobilità e alla logistica, i trasporti non sono soltanto un settore economico tra gli altri: sono una vera infrastruttura dello sviluppo.
La logistica resta invisibile finché tutto funziona. Poi basta un intoppo, anche minimo, e si prende atto della sua esistenza. Ce ne accorgiamo nel modo più semplice, quasi banale, quando dobbiamo fare benzina e il distributore è vuoto. Quando entriamo in un supermercato a comprare ciò che ci serve e sugli scaffali c’è rimasto poco o niente. Quando siamo in attesa che ci consegnino un farmaco, un’auto, un mobile e non arriva.
È lì che capiamo che non si tratta solo di “trasporto” ma di ciò che fa funzionare il Paese. Eppure, è sempre lì e anche quando è sotto i nostri occhi non ce ne accorgiamo.
Un tir che attraversa un’autostrada o si inerpica su una collina alle cinque del mattino. Un treno merci che entra lento in uno scalo mentre la città dorme ancora. Poi, sopra, quasi senza farsi notare, un aereo cargo che attraversa il cielo.
E più in là, oltre quello che riusciamo a vedere, una nave portacontainer che si avvicina a un porto, carica di merci e proveniente da rotte che non vediamo ma da cui dipendiamo ogni giorno.
E ancora: un addetto di magazzino che sistema gli ultimi pallet prima di uscire dal turno.
Tutto questo accade insieme. Sempre. Strada, ferro, aria, mare, magazzino. E non è un dettaglio. È una condizione essenziale per il funzionamento del Paese. È considerando questo contesto che si capisce davvero cos’è la logistica. Non un settore. Non una categoria economica tra le altre. Ma il sistema nervoso del Paese.
E come tutti i sistemi nervosi, non ci accorgiamo che esiste finché funziona bene. Poi basta un rallentamento, un blocco, un nodo che si stringe e tutto il resto comincia a soffrire.
Continuiamo però a trattarla come una questione tecnica. Un tema da addetti ai lavori. Un dossier da convegno. E invece no. Perché dove le merci e le persone si muovono bene, l’economia accelera. Dove rallentano, il sistema ne risente: non c’è industria efficace, non c’è export che resista senza trasporti efficienti. In Italia il sistema della logistica, dei trasporti e delle spedizioni rappresenta circa il 9% del PIL nazionale e occupa oltre un milione di persone.
Non si tratta solo di un contributo diretto all’economia. Gli investimenti nella logistica generano un effetto moltiplicatore rilevante: ogni milione di euro investito nel settore attiva circa 2,1 milioni di euro di produzione complessiva lungo la filiera economica.
Ma il punto, ancora una volta, non è solo la dimensione diretta. È l’effetto che genera. Ogni investimento nella logistica si moltiplica lungo tutta la filiera: produzione, servizi, commercio. È come alimentare un circuito: quando la corrente comincia a circolare, tutto il sistema si attiva.
Per questo il sistema dei trasporti non è un comparto tra gli altri. È una leva decisiva di politica industriale e di sviluppo territoriale. Eppure, questa evidenza fatica ancora a diventare una priorità politica vera. Non dichiarata, ma vera.
La logistica deve diventare una priorità nazionale
L’Italia è uno dei grandi Paesi esportatori del mondo. Nel 2025 l’export ha raggiunto i 643-680 miliardi di euro, pari a circa il 26% del PIL, coinvolgendo 120 mila imprese esportatrici e oltre 4 milioni di lavoratori.
Se guardiamo questi numeri vediamo un Paese che compete, che vende, che sta dentro i mercati globali. Ma se si va un po’ più in profondità si evidenzia una fragilità che conosciamo bene. Tempi lunghi, costi più alti della media europea, connessioni che non sempre funzionano.
E qui il punto diventa scomodo: non basta investire. Bisogna saper scegliere dove e come farlo. Eppure, il sistema logistico continua a essere trattato troppo spesso come una questione tecnica e non come una vera priorità di politica economica. Questa è la prima responsabilità che dobbiamo assumerci come Paese: riconoscere che infrastrutture, mobilità e logistica sono fattori strategici della competitività nazionale.
Negli ultimi anni, anche grazie agli investimenti del PNRR, è stata avviata una stagione di opere infrastrutturali che non si vedeva da decenni. Ma il punto decisivo non è soltanto aprire i cantieri. È completarli nei tempi previsti e collegare davvero porti, ferrovie, aeroporti e corridoi europei.
Il PNRR ha aperto una stagione importante. Cantieri, opere, risorse. Finalmente. Ma adesso viene la parte più difficile: trasformare quella spinta in un sistema coerente. Per un Paese che si trova al centro del Mediterraneo, la qualità della logistica non è un dettaglio tecnico. È una scelta strategica sul futuro dell’economia italiana.
E scegliere significa una cosa molto concreta: far dialogare infrastrutture che oggi spesso non si parlano. Porti che non sono davvero collegati alle ferrovie. Interporti che funzionano a metà. Reti che si fermano dove dovrebbero invece aprirsi.
E poi c’è il grande tema che raramente affrontiamo fino in fondo: il Mezzogiorno. Se l’Italia vuole davvero essere una piattaforma logistica nel Mediterraneo, non può permettersi un Sud scollegato. Gioia Tauro, Taranto e Napoli non sono solo città sulla mappa. Sono potenziali porte d’Europa. Ma se dietro ad una porta non c’è una rete, perde la sua funzione e rischia di restare chiusa.
Rafforzare il sistema delle imprese
Accanto alle infrastrutture c’è un altro livello, che appare meno problematico ma è altrettanto decisivo: la struttura delle imprese e, conseguentemente, la struttura industriale del settore.
Oggi il trasporto su gomma regge l’intero sistema con l’88% delle merci che viaggia su strada. Apparentemente questo dato è un punto di forza perché si garantisce flessibilità, allo stesso tempo però rappresenta anche un limite se resta l’unico asse portante.
Questo dato infatti dimostra quanto l’autotrasporto sia essenziale per l’economia italiana ma avvalora anche la necessità rafforzare l’intermodalità e favorire una maggiore integrazione tra strada, ferrovia, porti e aeroporti.
L’intermodalità, quella vera, non è uno slogan. È una necessità economica, ambientale, organizzativa. E qui entra in gioco un tema che spesso evitiamo: la frammentazione del settore. Troppe imprese piccole, poco capitalizzate, che fanno fatica a investire e sostengono con fatica costi esorbitanti.
Se vogliamo una logistica moderna, dobbiamo avere il coraggio di accompagnare processi di aggregazione. Non per cancellare le identità, ma per renderle più forti. Favorire l’aggregazione delle imprese, sostenere gli investimenti tecnologici e rafforzare le filiere logistiche nazionali non è solo una scelta economica. È una scelta di politica industriale, serve una spinta seria sulla digitalizzazione. Non come parola chiave, ma come infrastruttura invisibile: tracciabilità, interoperabilità dei dati, piattaforme integrate.
La logistica del futuro non dovrà essere solo più veloce ma dovrà anche essere più intelligente per essere più sicura, migliorare gli ambienti di lavoro e il benessere delle persone che ci lavorano.
Nel 2025 gli aeroporti italiani hanno movimentato oltre 1,27 milioni di tonnellate di merci, confermando l’importanza crescente del cargo aereo nelle catene globali del valore. È il segno di una logistica che cambia pelle: più veloce, più selettiva, più integrata nei flussi internazionali ad alto valore.
Ma proprio per questo non può permettersi di restare frammentata e disomogenea.
Perché nella competizione globale non vince chi si muove di più, ma chi si muove meglio. E muoversi meglio, oggi, significa una cosa sola: costruire un sistema capace di unire scala, tecnologia e competenze. Non una somma di operatori, ma una filiera che funziona come un tutto.
Il lavoro al centro della trasformazione
Il sistema logistico è anche un settore ad alta intensità di lavoro e da tempo registra una crescente difficoltà nel reperire personale qualificato, un nodo che occorre sciogliere rapidamente perché, più di tutti, rischia di diventare una frattura.
Secondo le stime disponibili, in Italia mancano circa 35 mila autisti professionali e quasi il 45% degli autisti attualmente in servizio ha più di 55 anni.
Questo significa che nei prossimi anni una parte significativa della forza lavoro andrà in pensione. È come avere una diga che regge ancora, ma comincia a presentare crepe evidenti. E allora la domanda è: chi guiderà quei camion tra cinque, dieci anni? Chi gestirà i flussi nei magazzini automatizzati? Chi lavorerà nei porti sempre più digitalizzati?
La risposta non può essere improvvisata o, peggio ancora, lasciata al caso. Serve una politica delle competenze che oggi, semplicemente, non abbiamo ancora costruito fino in fondo. Gli ITS funzionano, ma non bastano. Gli istituti tecnici devono tornare ad essere centrali. Le imprese devono entrare nei percorsi formativi e viceversa. Occorre rafforzare il ruolo sia degli istituti tecnici sia degli ITS e, nel caso di specie, sostenere percorsi formativi dedicati alla logistica rendendo, allo stesso tempo, più attrattive le professioni del settore e restituendo dignità e attrattività a questi lavori.
Perché, diciamolo con franchezza: non è solo un problema di domanda e offerta. È anche un problema di percezione. Se un giovane non vede futuro in un mestiere, quel mestiere sparisce. Serve anche un salto di qualità nell’organizzazione del lavoro.
Innovazione tecnologica, digitalizzazione delle catene logistiche e valorizzazione delle competenze devono procedere insieme. Un sistema logistico moderno ha bisogno di lavoro qualificato, ma anche di maggiore produttività e di un giusto riconoscimento in termini di trattamenti normativi e retribuivi che devono essere adeguati alle professionalità richieste. Non è una contraddizione: è la condizione per una competitività sostenibile.
Governare il cambiamento
Il sistema dei trasporti, è stato già sottolineato, è stato attraversato e dovrà essere ancora attraversato da trasformazioni profonde: digitalizzazione, transizione energetica, riorganizzazione delle catene globali del valore.
La transizione ambientale è una sfida inevitabile, ma deve essere accompagnata da politiche industriali adeguate. Senza investimenti in tecnologie e infrastrutture il rischio è di scaricare costi eccessivi su imprese e lavoratori.
Se chiediamo alle imprese di cambiare mezzi, tecnologie, modelli organizzativi, dobbiamo accompagnarle con incentivi statali, con infrastrutture adeguate, con tempi realistici e utili. Altrimenti il rischio è concreto: rallentare invece di accelerare. E lo stesso vale per i lavoratori. La transizione deve essere anche sociale. Formazione, riqualificazione, sicurezza. Perché non esiste sostenibilità ambientale senza sostenibilità economica e sociale. C’è, in tutto questo, un filo che tiene insieme ogni discorso. La responsabilità condivisa.
Negli anni abbiamo spesso raccontato il rapporto tra imprese, sindacati e istituzioni come un confronto, a volte uno scontro. Ma oggi non basta più: o si governa insieme questa trasformazione oppure si esce sconfitti tutti.
Il dialogo sociale non è una liturgia. È uno strumento utile. Forse uno dei pochi che abbiamo davvero per evitare che il cambiamento lasci indietro qualcuno.
Una scelta per il futuro del Paese
La logistica non è soltanto il sistema che fa muovere le merci, è il luogo dove si misura la capacità di un Paese di crescere. E mentre tutto questo accade, la trasformazione corre.
E allora torniamo a quell’immagine iniziale. Quel camion, quel treno, quell’aereo, quella nave, quel porto, quel magazzino. Dietro ognuno di questi c’è una persona. E dietro quelle persone c’è un pezzo di Paese che ogni giorno porta il suo contributo fattivo, spesso senza fare rumore.
Giulio Pastore lo aveva capito bene già 70 anni fa: il lavoro non è solo produzione, è costruzione della società. La logistica è esattamente questo. Un’infrastruttura economica, certo. Ma anche un’infrastruttura sociale. Se funziona, tiene insieme territori, imprese, comunità. Se si rompe, le fratture si vedono subito. Per questo la scelta è più semplice di quanto sembri ma, allo stesso tempo, più impegnativa.
Decidere se la logistica deve restare sullo sfondo del nostro sistema produttivo oppure diventare finalmente una priorità. Non per il settore. Per il Paese e per le persone che lo abitano.
Se vogliamo che l’Italia resti un Paese che esporta, che produce e che crea lavoro, dobbiamo avere il coraggio di investire davvero nella logistica, nelle infrastrutture e nelle competenze. Perché la logistica non è soltanto una questione di trasporti. È una scelta sul futuro dell’Italia.