29 Gennaio 2026
Risorse, costi e diritti: le scelte che pesano su chi lavora e sui servizi
Una manovra per un Paese sotto pressione
La Legge di Bilancio 2026 arriva in un momento che, definire complesso, è quasi riduttivo. Il Paese si porta dietro le conseguenze di anni difficili, fatti di emergenze continue, prima sanitarie, poi economiche ed energetiche. L’inflazione ha eroso salari e pensioni, il costo della vita resta alto soprattutto nelle grandi aree urbane, la transizione ecologica procede a strappi e spesso senza una vera regia industriale. In mezzo a tutto questo, c’è chi ogni giorno garantisce servizi essenziali, spesso senza fare rumore: le lavoratrici e i lavoratori dei trasporti, della logistica, dei servizi ambientali, degli appalti.
È da qui che bisogna partire per leggere la Manovra. Non solo dalle tabelle e dai saldi, ma dalla realtà concreta di chi lavora su un autobus all’alba, di chi entra in cabina di guida di notte, di chi opera in un magazzino logistico con ritmi serrati, di chi cambia datore di lavoro a ogni cambio appalto. Se si guarda la Legge di Bilancio 2026 con questi occhi, il giudizio non può essere né entusiasta né liquidatorio. Ci sono segnali positivi, ma anche vuoti evidenti. Soprattutto, manca ancora una vera centralità del lavoro. Non a caso la Segretaria Generale della CISL, Daniela Fumarola, commentando le anticipazioni sulla manovra, ha usato parole che non si sono fermate alla superficie delle tabelle: «Attendiamo di leggere il testo definitivo, ma le anticipazioni ci consentono di dire che si tratta di una manovra che parla al Paese reale… ora serve vigilare affinché queste misure non vengano indebolite in Parlamento ma, al contrario, rafforzate… Noi continueremo a fare ciò che sappiamo fare meglio: dialogare, proporre, costruire»
Più risorse, ma conta come e per chi vengono spese
Le risorse messe in campo non sono poche. Dopo anni in cui il bilancio pubblico è stato utilizzato soprattutto per tamponare emergenze, si prova a rafforzare alcuni capitoli di welfare e sanità. È un dato che va riconosciuto, perché non era scontato in un contesto di vincoli europei e di finanza pubblica sotto pressione. Ma chi lavora nei trasporti sa bene che il problema non è solo “quanto” si spende. È “come” e “per chi”.
Il welfare, ad esempio. Le misure rivolte alle famiglie, il sostegno al reddito, gli interventi che ampliano la platea dei beneficiari di alcune prestazioni sociali vanno nella direzione giusta. In un Paese con un serio problema demografico, ignorare famiglie e figli sarebbe miope. Tuttavia, dal punto di vista di chi rappresenta il lavoro, resta una criticità strutturale: troppe misure non sono diritti certi per tutti, ma opportunità condizionate. Dipendono da fondi la cui disponibilità è condizionata a plafond di spesa, da decisioni amministrative che variano da territorio a territorio, dalla tipologia di lavoro. Per quanto attiene, ad esempio, alle risorse destinate alla conciliazione tra vita e lavoro, per una lavoratrice o un lavoratore dei trasporti questa incertezza pesa più che altrove. I turni non si decidono all’ultimo momento, il lavoro notturno e festivo fatica a conciliarsi con gli orari dei servizi (visite mediche, pratiche amministrative, ecc..) e, quando si parla di flessibilità, il peso continua a ricadere quasi sempre sulle spalle dei lavoratori. In questo quadro, il welfare dovrebbe rappresentare una rete di sicurezza, non un percorso a ostacoli. Se per accedere a una prestazione servono mesi di attesa o se tutto dipende da dove si vive, allora quel welfare perde la sua funzione di riequilibrio.
Il tema dei caregiver familiari è emblematico. Nella Manovra 2026 c’è un riconoscimento politico del valore della cura svolta all’interno delle famiglie. È un passo avanti rispetto al silenzio del passato, e sarebbe sbagliato non dirlo. Ma il riconoscimento resta parziale, fondamentalmente per le lavoratrici e per i lavoratori a cui vengono applicati i contratti collettivi nazionali di lavoro di settore. Mancano tutele lavoristiche chiare e uniformi per tutte quelle persone a cui non vengono applicati contratti collettivi nazionali di lavoro (ccnl) di riferimento del settore.
Basti pensare, ad esempio, ai “rider” di alcune società che operano nel nostro Paese, ai quali – malgrado le reiterate segnalazioni e denunce delle organizzazioni sindacali – continua a non essere applicato il CCNL Logistica, Trasporto merci e Spedizione, sostituito da altre forme contrattuali che comprimono diritti e tutele. Una condizione inaccettabile che produce dumping contrattuale, penalizza i lavoratori e determina una grave distorsione della concorrenza nei confronti delle imprese che rispettano le regole e applicano correttamente il contratto nazionale, come Just Eat. Ciò avviene perché nel nostro Paese le imprese non sono obbligate ad applicare i ccnl di riferimento di settore.
Mettendo insieme questi elementi, il quadro è chiaro: senza regole esigibili su permessi retribuiti, contribuzione figurativa e stabilità occupazionale, la cura resta un problema privato, sostenuto quasi esclusivamente dalle famiglie e da chi lavora. E quando manca una gestione corretta, anche le previsioni contenute nella legge finanziaria rischiano di non raggiungere gli obiettivi dichiarati. Da qui la necessità, sempre più urgente, di consentire al sindacato di esercitare un ruolo pieno di vigilanza, anche attraverso l’applicazione della legge 76/2025, la Legge promossa dalla Cisl sulla Partecipazione dei lavoratori alla vita delle imprese.
Sanità e mobilità: senza trasporti il diritto alla cura si indebolisce
La sanità è un altro capitolo centrale della Legge di Bilancio 2026. Il rifinanziamento del Servizio sanitario nazionale viene presentato come uno degli assi portanti della manovra. È vero che le risorse aumentano e che si prova a rispondere alle criticità emerse negli ultimi anni, ma, anche qui, il punto non è solo la quantità. È l’organizzazione.
La sanità territoriale continua a essere debole, l’assistenza domiciliare non è omogenea, i pronto soccorso lavorano spesso in condizioni di emergenza permanente. In questo scenario, il ruolo dei trasporti è decisivo ma è troppo spesso sottovalutato. Senza mobilità non c’è accesso alla salute. Senza collegamenti affidabili, il diritto alle cure diventa un privilegio per chi può permettersi l’auto privata o per chi vive nei centri urbani meglio serviti.
Pensiamo alle aree interne, ai piccoli comuni, ai quartieri periferici delle grandi città. Pensiamo agli anziani che non guidano più, ai lavoratori con orari rigidi, a chi deve incastrare visite mediche e turni di lavoro. Se il trasporto pubblico locale viene considerato una voce da comprimere, la sanità territoriale resta un’idea sulla carta. E a pagare il prezzo sono sempre i più fragili.
Ed è proprio sul trasporto pubblico locale che la Manovra 2026 mostra una delle sue lacune più evidenti. Manca una visione integrata della mobilità come infrastruttura sociale. Il settore continua a essere trattato come un problema tecnico, da gestire con risorse minime e soluzioni tampone. Ma il Trasporto Pubblico Locale non è solo un servizio: è un pezzo di welfare. Garantisce l’accesso al lavoro, alla scuola, alla sanità, al tempo libero. Tiene insieme territori e comunità.
Oggi il sistema è sotto pressione. I costi aumentano, la domanda di servizio cresce, le risorse faticano a stare al passo. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: mezzi affollati e talvolta vetusti, corse ridotte, ritardi, tensioni con l’utenza. In questo contesto, chi lavora vive uno stress operativo crescente: turni pesanti, responsabilità elevate e un’escalation di aggressioni.
Non è un caso se il tema della sicurezza del personale è diventato centrale. Quando il servizio è fragile, il conflitto si scarica su chi è in prima linea. Le aggressioni al personale non sono episodi isolati o frutto di fatalità. Sono la spia di un sistema che trasferisce ai lavoratori tutte le sue contraddizioni. L’autista, il controllore, il capotreno diventano il bersaglio immediato del disagio di chi aspetta una corsa che non arriva o viaggia su un mezzo sovraffollato. Ma chi è in cabina o in banchina non decide gli orari, non stabilisce le frequenze, non taglia i servizi. Eppure è su di loro che si concentra la rabbia, spesso alimentata da una percezione di abbandono del servizio pubblico. Senza investimenti strutturali sulla sicurezza – presenza di personale, protezioni adeguate, formazione, coordinamento con le forze dell’ordine – il rischio è quello di normalizzare la violenza come “effetto collaterale” del lavoro nei trasporti. Questo non è accettabile. La sicurezza di chi lavora non può essere considerata un tema secondario né demandata alla buona volontà dei singoli. Bisogna che ciascun livello interessato (istituzioni, associazioni datoriali, aziende) ascolti e metta in campo le azioni più idonee per proteggere chi, ogni giorno, indossando una divisa che porta il logo dell’azienda per la quale lavora con dedizione e senso di responsabilità, assicura un servizio pubblico essenziale per la collettività.
Energia e transizione: costi che rischiano di ricadere sul lavoro
Il nodo dell’energia pesa come un macigno su tutto il comparto. Nei trasporti l’energia non è un concetto astratto. È il costo della trazione elettrica ferroviaria, dei carburanti, del riscaldamento dei depositi, delle ricariche per i mezzi a basse emissioni. Anche quando i prezzi scendono temporaneamente, la volatilità resta e rende difficile programmare. Le aziende faticano a fare piani industriali, gli enti locali faticano a garantire servizi stabili.
Se la transizione ecologica non viene accompagnata da politiche industriali e sociali serie, il rischio è che si trasformi in una transizione pagata dal lavoro. Tagli, esternalizzazioni, riduzione delle tutele. È uno scenario che, come sindacato, non possiamo accettare. La sostenibilità ambientale deve andare di pari passo con la sostenibilità sociale, altrimenti diventa un’altra fonte di disuguaglianza e disagio sociale.
Un altro tema cruciale, spesso relegato a questione tecnica, è quello degli appalti. Nei trasporti e nei servizi collegati, gli appalti sono la regola, non l’eccezione. Trasporto pubblico, pulizie, manutenzioni, logistica, handling, ecc.: tutto passa da gare e affidamenti. Qui si gioca una partita decisiva sulla qualità del lavoro e del servizio.
Quando una gara viene impostata puntando solo sul prezzo più basso, il risultato è quasi sempre lo stesso. Si comprimono i costi del lavoro, si riducono le tutele, si aumenta la precarietà. I lavoratori cambiano datore di lavoro a ogni cambio di appalto, spesso rischiando di trovarsi in condizioni peggiori. La continuità occupazionale non viene sempre garantita, le migliori competenze si disperdono, la sicurezza ne risente. E alla fine il servizio peggiora.
Qualità del lavoro e qualità del servizio viaggiano insieme. Non è uno slogan, è un dato di realtà. Se chi guida un mezzo o gestisce un servizio è stanco, sotto pressione, mal pagato e poco tutelato, quel servizio non potrà essere efficiente né sicuro. Eppure questo principio fatica ancora a entrare nelle scelte di bilancio e di politica industriale.
Il metodo è importante: senza confronto le riforme non reggono
Il metodo con cui si costruisce la Manovra è un altro punto critico. Troppe decisioni vengono rinviate a decreti successivi, troppe volte il confronto con le parti sociali arriva tardi o in modo formale. Eppure le riforme funzionano solo se tengono conto di chi poi deve applicarle sul campo. Senza confronto, le politiche rischiano di essere inefficaci e di alimentare disuguaglianze.
Chi rappresenta il lavoro non chiede di sostituirsi alla politica. Chiede di essere ascoltato. Chiede che le scelte che incidono sulla vita quotidiana delle persone siano costruite insieme a chi conosce i problemi reali dei settori. Nei trasporti questo è ancora più vero, perché si parla di servizi essenziali, di sicurezza, di diritti fondamentali.
La Legge di Bilancio 2026, nel complesso, non è da bocciare in blocco: contiene elementi positivi, mette risorse su capitoli importanti, prova a rispondere ad alcune emergenze. Ma non rappresenta ancora quella svolta di cui il Paese ha bisogno. Senza una vera attenzione al lavoro, senza una visione integrata dei servizi pubblici e della mobilità, il rischio è di continuare a rincorrere i problemi invece di governarli.
I trasporti non sono un costo da comprimere. Sono un investimento sociale. Tengono insieme il Paese, garantiscono diritti, permettono alle persone di lavorare, curarsi, studiare. Chi lavora in questo settore lo sa bene, perché ogni giorno ne vede il valore e anche le fragilità. È da qui che bisognerebbe ripartire: dal lavoro reale, dai servizi essenziali, da una mobilità che non sia solo efficiente, ma anche giusta. Perché senza lavoro tutelato, i servizi non reggono. E senza servizi, i diritti restano parole buone per i documenti ufficiali, ma lontane dalla vita delle persone.
Come FIT-CISL non ci stancheremo mai di ripeterlo, anche fino allo sfinimento: continueremo a dirlo, a scriverlo e a portarlo nei tavoli di confronto, finché chi deve ascoltare e scegliere non si assumerà la responsabilità di dare risposte concrete al lavoro nei trasporti.