8 Maggio 2026
La crisi di Hormuz mostra il limite di un sistema veloce e interconnesso: efficiente finché tutto funziona, fragile appena un nodo si spezza. L’efficienza globale, senza sicurezza e governo, diventa fragilità
Ci sono luoghi di cui il mondo si accorge soltanto quando una crisi locale ne rivela il peso globale. Lo Stretto di Hormuz è uno di questi, un passaggio di mare tra il Golfo Persico e il Golfo dell’Oman, la soglia attraverso cui il Golfo si apre all’Oceano Indiano. Finché resta aperto, sembra un dettaglio sulle mappe ma, quando quel passaggio si interrompe, rivela la fragilità dell’equilibrio su cui viaggiano energia, merci e sicurezza globale.
È accaduto il 28 febbraio quando, nel pieno di una crisi politico-militare maturata attorno al controllo delle rotte energetiche del Golfo Persico, l’Iran ha chiuso lo Stretto di Hormuz. Da quel momento, quel passaggio di mare ha smesso di essere soltanto una rotta marittima ed è diventato una leva geopolitica capace di condizionare energia, materie prime essenziali – fertilizzanti compresi – commerci e sicurezza globale.
In poche settimane, uno dei principali snodi energetici del mondo ha smesso di essere una rotta abituale ed è diventato un passaggio rischioso, incerto e costoso. Il traffico marittimo si è ridotto drasticamente, le navi sono state dirottate, i costi sono saliti, le rotte si sono allungate. Non è la prima volta che accade qualcosa di simile. Eppure, ogni volta, basta che un passaggio si interrompa perché una via del mare, apparentemente ordinaria, mostri quanto sia essenziale.
Il mercato reagisce. Il sistema no
I numeri, anche a fine marzo, raccontano una storia chiara. Le VLCC raccontano bene la natura di questa crisi: nelle prime settimane i noli si impennano, poi si ridimensionano quando il mercato trova nuove rotte e nuovi equilibri. Ma il punto resta: il mercato reagisce allo shock, non riduce la fragilità del sistema. Rispetto alle VLCC, Le Suezmax e le Aframax tengono meglio, perché il greggio continua comunque a muoversi, solo su rotte più lunghe, meno efficienti e più costose mentre le product tanker guadagnano, spinte da una domanda che non si ferma.
Di fatto qualcuno guadagna, qualcuno perde, ma il sistema nel suo insieme diventa più costoso, più lento, più vulnerabile. Il quesito, a questo punto, non è se il sistema regge. Il punto è come regge. E a quale prezzo.
La globalizzazione non si ferma: funziona peggio
Il punto, spesso rimosso, è proprio questo: la globalizzazione non si blocca e non crolla. Continua a funzionare, ma lo fa peggio, con più difficoltà, più costi e meno certezze.
Più miglia percorse, più giorni di navigazione, più bunker consumato, più capitale immobilizzato. È una perdita di efficienza che non sempre arriva nei titoli, ma arriva puntuale nei conti, nelle filiere, nei prezzi, nell’organizzazione del lavoro e nelle tasche delle persone.
Il modello costruito negli ultimi trent’anni con catene lunghe, scorte ridotte, rotte ottimizzate, tempi compressi, non si rompe di colpo ma perde efficienza ogni volta che un nodo salta. E Hormuz è uno di quei nodi che non dovrebbero saltare.
La verità è che marzo 2026 non ci consegna una sorpresa. Conferma, piuttosto, una tendenza che attraversa da tempo il sistema dei trasporti e dei servizi: un’infrastruttura globale che continua a tenere, ma sotto una pressione crescente, trasferendo le tensioni su chi lavora e su chi da quei servizi dipende ogni giorno.
Europa e Italia: il costo arriva subito
Per l’Europa, questa non è una crisi lontana. Una parte rilevante dell’energia e delle materie prime arriva via mare. Quando le rotte si allungano, l’incremento del prezzo non è teorico: è immediato. Si misura nei costi industriali, nei tempi di approvvigionamento, nella competitività delle imprese, nella tenuta dei servizi.
Per l’Italia, il problema è ancora più diretto e l’assenza di una politica energetica mancata nei decenni scorsi risulta drammaticamente evidente.
I porti, da Trieste a Genova, fino ai poli energetici del Sud, sono il punto di ingresso dell’energia, delle merci e delle materie prime. L’industria manifatturiera lavora già su margini compressi. La dipendenza dall’import resta strutturale. Se il costo del trasporto cresce e i tempi si allungano, l’impatto è doppio: energia più cara e logistica meno competitiva. E questo fenomeno, a fine marzo 2026, è già iniziato.
Per questo l’Italia non può limitarsi a misurare gli effetti delle crisi energetiche quando esplodono. Deve definire e rafforzare una politica energetica efficace, stabile e lungimirante.
Una politica capace di diversificare fonti e rotte di approvvigionamento, accelerare sulle rinnovabili, rafforzare le infrastrutture strategiche, aumentare la capacità di stoccaggio, sostenere l’efficienza energetica e accompagnare la transizione senza scaricarne i costi su imprese, famiglie e lavoro.
La sicurezza energetica non è un tema separato dalla politica industriale, dalla logistica, dai porti, dai trasporti e dalla competitività del Paese. Al contrario, ne è una condizione essenziale. Senza energia sicura, accessibile e sostenibile, anche il sistema produttivo più avanzato diventa vulnerabile.
La crisi di Hormuz ci dice proprio questo: non basta avere rotte alternative quando l’emergenza è già iniziata. Serve una strategia prima. Serve una visione che tenga insieme autonomia, sostenibilità, investimenti, lavoro e interesse nazionale. Perché un Paese che non governa la propria sicurezza energetica finisce per subire pesantemente le crisi degli altri.
Costi e filiere: il lavoro come punto di scarico
Il caro carburanti non è una variabile tecnica, è un moltiplicatore che colpisce l’autotrasporto, attraversa tutta la filiera, si riflette sui prezzi, riduce i margini e, alla fine, rischia di arrivare sempre nello stesso punto: il lavoro. Non per una legge naturale, ma perché è lì che troppo spesso si riversa ciò che non si ha il coraggio di governare. Quando la sostenibilità economica vacilla, il primo anello a pagare rischia di essere quello delle lavoratrici e dei lavoratori: salari compressi, turni più pesanti, sicurezza messa sotto pressione, qualità del lavoro considerata una variabile di aggiustamento.
È esattamente questo che dobbiamo impedire. Perché un sistema dei trasporti moderno non si misura soltanto dalla capacità di consegnare merci, spostare persone o garantire collegamenti. Si misura dalla qualità del lavoro che lo rende possibile.
Non è una crisi. È un modello tirato al limite
Dire che “il modello non regge più” è facile. Ma non è del tutto esatto.Il modello regge. Solo che regge sempre peggio. Ogni crisi, pandemia, Suez, Panama, Hormuz, aggiunge attrito: più costi, più incertezza, meno controllo, più pressione sulle persone.
Il problema non è che il sistema si fermi. È che continui a funzionare in condizioni sempre peggiori, senza correggersi davvero.
Il settore dei trasporti si adatta. Lo ha sempre fatto. Ma adattarsi non è una strategia. È una reazione. E noi non possiamo limitarci a reagire.
Serve una direzione
Il filo che tiene insieme tutto questo è evidente: il sistema dei trasporti è centrale, ma sempre più esposto. E quando un sistema così centrale entra in tensione, le conseguenze non restano dentro il settore. Si riflettono sull’intero Paese.
Per questo non basta inseguire le emergenze. Serve una direzione. Rimettere al centro il lavoro, la qualità dei servizi, il diritto alla mobilità non è uno slogan. È una condizione minima per evitare che le tensioni di oggi diventino le fratture di domani.
La globalizzazione non è in crisi nel modo in cui spesso la raccontiamo. Non si è fermata. È entrata in una fase più costosa, più lenta, più instabile. E questa volta ignorarlo sarà più difficile.
Contratti: il 2026 non può diventare un anno di attesa
Dentro questa cornice c’è un’altra partita decisiva: quella dei rinnovi contrattuali.
Il 2026 è un anno importante per diversi contratti del nostro perimetro. Tra le principali scadenze e partite contrattuali figurano il CCNL Mobilità/Attività Ferroviarie, in scadenza il 31 dicembre 2026; il Contratto aziendale del Gruppo FS Italiane, anch’esso con scadenza al 31 dicembre 2026; il CCNL Porti, rinnovato con decorrenza 2024 e durata fino al 31 dicembre 2026; il CCNL Mobilità/TPL – Autoferrotranvieri-Internavigatori, valido fino al 31 dicembre 2026; il CCNL unico dell’Industria Armatoriale; il CCNL Noleggio autobus con conducente, anch’esso indicato con vigenza fino al 31 dicembre 2026; e, nel trasporto aereo, alcune sezioni con scadenze già maturate o ravvicinate, come la parte economica della sezione handler, fissata al 30 giugno 2026.
Non è un calendario burocratico. È una questione sociale. In una fase segnata da inflazione, costi energetici ancora instabili, tensioni sulle filiere e perdita di potere d’acquisto, rinnovare i contratti nei tempi previsti non è solo un dovere negoziale: è una condizione di giustizia. Ogni ritardo pesa sulle retribuzioni, indebolisce la fiducia, aumenta l’incertezza e scarica sulle lavoratrici e sui lavoratori il costo di crisi che non hanno prodotto.
Per questo i rinnovi devono arrivare senza trascinamenti, senza rinvii e senza alibi. I contratti non sono una pratica da chiudere quando il sistema trova il tempo. Sono lo strumento con cui si riconoscono professionalità, sicurezza, dignità e partecipazione.
In un settore che tiene in movimento il Paese, non possiamo permettere che chi garantisce ogni giorno mobilità, logistica, servizi e continuità territoriale resti fermo ad attendere il recupero di ciò che ha già perso.
Un passaggio di responsabilità
E qui mi permetto, per una volta, una parola in più. Perché questo editoriale, oltre a essere una riflessione su ciò che sta accadendo, per me coincide anche con la conclusione del mio percorso da Segretario Generale della FIT-CISL.
Arriva sempre un momento in cui le parole devono essere semplici, dirette, vere. Questo è uno di quei momenti.
Il 25 marzo 2026 ho passato il testimone a Monica Mascia, già eletta Segretario Generale Aggiunto nel dicembre scorso. È stata una scelta di continuità e solidità. Monica conosce profondamente questa organizzazione, le sue persone, le sue responsabilità, le sue battaglie. Saprà guidarla con competenza, determinazione e visione.
Un percorso costruito insieme
In questi anni abbiamo attraversato crisi difficili e cambiamenti profondi. Non sempre avevamo tutte le risposte. Ma non è mai mancata una bussola: la consapevolezza che senza il lavoro delle persone dei trasporti, della logistica e dei servizi questo Paese si ferma. È da lì che siamo partiti ogni volta.
Abbiamo tenuto una linea chiara: stare dalla parte del lavoro, difendere la dignità delle persone, pretendere sicurezza, qualità e rispetto. Sempre. Anche quando era più complicato. Anche quando era meno conveniente.
Abbiamo discusso, ci siamo confrontati, a volte anche scontrati. È il segno di un’organizzazione viva, che non si accontenta e che non arretra. Ed è questo, più di tutto, che mi porto dietro: la forza concreta di una comunità che ogni giorno tiene in piedi un pezzo fondamentale del Paese.
C’è un dato che racconta questo percorso meglio di molti discorsi. A dicembre 2018, quando sono stato eletto per la prima volta Segretario Generale, gli iscritti alla nostra Federazione erano 123.824. Al 31 dicembre 2025 sono diventati 165.954 con un saldo positivo di 42.130 nuovi iscritti alla Fit-Cisl.
Non è solo una crescita numerica. È fiducia.È il segno di una presenza reale nei luoghi di lavoro, di una credibilità costruita nel tempo, di un’organizzazione che ha saputo parlare alle persone perché ha continuato ad ascoltarle.
Non è un addio
Il 25 marzo 2026 ho passato il testimone. Ma passare il testimone non significa allontanarsi. Significa riconoscere che ogni responsabilità ha un tempo, che ogni percorso deve saper generare continuità, che ogni organizzazione forte vive anche nella capacità di rinnovarsi senza smarrire la propria anima.
Continuerò a essere vicino a questa Federazione, alle sue lavoratrici e ai suoi lavoratori, con un altro ruolo nel mondo dei servizi, ma con lo stesso spirito di sempre. Perché ci sono appartenenze che non si esauriscono con un incarico. Cambiano forma, assumono nuove responsabilità, trovano nuovi luoghi in cui esprimersi, ma restano parte profonda di ciò che siamo.
La FIT-CISL, per me, non è stata soltanto un’esperienza sindacale. È stata una comunità. Una scuola di responsabilità. Un luogo di relazioni vere, di confronto, di fatica, di decisioni difficili, di battaglie condotte con serietà e senza scorciatoie. È stata, soprattutto, un modo concreto di intendere il sindacato: non come esercizio di testimonianza, ma come capacità di costruire tutele, soluzioni, contratti, partecipazione, dignità.
In questi anni ho sentito ancora più forte la radice della nostra storia. Quella radice che uomini come Giulio Pastore e Mario Romani hanno consegnato alla CISL: l’autonomia del sindacato, la centralità della persona, la responsabilità della rappresentanza, il valore della contrattazione, il rifiuto della propaganda fine a sé stessa, la scelta di stare nel merito dei problemi per cambiarli davvero.
È una lezione che resta attuale. Perché il sindacato non è mai soltanto protesta, né soltanto mediazione. È presenza. È responsabilità. È capacità di leggere il cambiamento senza subirlo, di rappresentare il lavoro senza rinchiuderlo nel passato, di tenere insieme diritti e sviluppo, libertà e solidarietà, partecipazione e giustizia sociale.
Questo abbiamo cercato di fare, giorno dopo giorno.Lo abbiamo fatto nelle crisi difficili, nei tavoli complessi, nelle vertenze più dure, nei rinnovi contrattuali, nelle assemblee, nei luoghi di lavoro, nei porti, nelle stazioni, sugli autobus, negli aeroporti, nei cantieri, nei servizi ambientali, nella logistica, ovunque ci fosse una lavoratrice o un lavoratore da ascoltare, tutelare, rappresentare.
Non sempre è stato semplice. Non sempre abbiamo ottenuto tutto ciò che avremmo voluto. Ma non abbiamo mai smarrito la bussola: difendere la dignità del lavoro, pretendere sicurezza, dare valore alle professionalità, costruire relazioni industriali solide, affermare che i servizi essenziali non sono numeri in un bilancio, ma diritti concreti delle persone e delle comunità.
Oggi non è tempo di promesse facili. È tempo di responsabilità. Le sfide sono tutte davanti a noi: la sostenibilità economica, la tenuta dei servizi, la transizione, la sicurezza, la qualità del lavoro, il diritto alla mobilità, il rinnovo dei contratti, il recupero del potere d’acquisto, la difesa dell’occupazione, il governo dell’innovazione. Sono sfide che chiederanno competenza, coraggio, unità, visione e quella pazienza forte che appartiene alle organizzazioni serie: la pazienza di chi sa che i risultati duraturi non si improvvisano, ma si costruiscono.
Sono certo che questa Federazione saprà affrontarle. Lo dico perché conosco la sua forza. L’ho vista nei territori, nelle delegate e nei delegati, nelle operatrici e negli operatori, nei dirigenti, nei militanti, nelle persone che ogni giorno, spesso lontano dai riflettori, tengono viva la presenza della FIT-CISL nei luoghi di lavoro.
A tutte e a tutti voi va il mio GRAZIE più sincero.
Un grazie senza retorica, ma pieno di rispetto e riconoscenza. Per la fiducia, per la lealtà, per il lavoro condiviso, per le discussioni vere, per i momenti difficili attraversati insieme, per la passione con cui avete reso questa Federazione più forte, più autorevole, più vicina alle persone.
Porto con me i volti, le parole, le assemblee, le vertenze, le strette di mano, gli abbracci, le fatiche e le conquiste. Porto con me una comunità che non si è limitata a rappresentare il lavoro, ma ha provato ogni giorno a dargli voce, dignità e futuro.
Io continuerò a camminare accanto a voi, con un ruolo diverso ma con lo stesso sentimento di appartenenza.
Perché certe strade, quando sono state percorse insieme, non si chiudono davvero. Restano dentro di noi. E continuano a indicare una direzione.
Grazie per la strada fatta insieme. E per quella che, in forme nuove, continueremo a percorrere.
Un abbraccio.